Cervantes, una vita nell’ombra
Il libro di Frank si concentra: via via che racconta i fallimenti sempre più gravi di Cervantes, acquista spessore e grandezza. Appena pare che gli si schiuda un avvenire più luminoso, una ferrea porta si richiude: è un povero mutilato, uno zero in una folla, e sembra che il suo destino sia quello di morire in catene. Fugge da Algeri, dove è schiavo: torna in Spagna; ma la sua vita non è meno desolata. Conosce Lope de Vega: mentre la sua penna è sterile, il grande rivale riesce a portare a fine, da un tramonto all’altro, un dramma di tremila versi, veloce come il copista che lo trascrive. Quando Cervantes si sposa, insorge contro di lui un nemico più tremendo dei guerrieri turchi: un nemico senza voce e senza forma, contro il quale non esiste arma di difesa. Lo trova tra le braccia di Catalina, la moglie: la noia onnipresente. Una volta vestito, al mattino, ha già compiuto il lavoro della giornata. Come un vero hidalgo, siede alla finestra: guarda la strada del villaggio, sulla quale non si mostra quasi mai un viandante; dopo duecento passi, si arriva alla fine del borgo, dove comincia un paese sconfinato, piatto, o appena lievemente ondulato, dove soffia gelida la bufera: la Mancia. Lo sguardo di Cervantes si posa su otto o dieci mulini che spiccano all’orizzonte, grandi mulini a vento, le cui ali gemono e stridono. Egli è stanco e rassegnato. Sa tutto: sa che, dalla capanna di fronte a sinistra, alle dieci di mattina sarebbe uscita una vecchia per andare a comprare, cinque case più avanti, una pagnotta d’orzo, mentre la capanna di destra sarebbe rimasta chiusa fino a sera. Le donne di casa vanno in chiesa due volte al giorno: presto egli rinuncia ad accompagnarle. I discorsi con lo zio prete si esauriscono subito, e sempre più brevi diventano le sue visite alla parrocchia.
Alle cinque, quando è già notte, Cervantes accende un lumino ad olio. Va all’osteria, dove trova il mediocre vinello del paese. Siede accanto ai contadini, che indossano un camice scuro, una fune per cintura, e rozze scarpe di pelle non conciata. Dapprima la sua presenza suscita un certo imbarazzo: non era mai successo che un hidalgo sedesse tra i contadini. Alcuni di essi provano diffidenza: altri rimangono in attesa, con cortesia riservata e severa; infine Cervantes viene accettato come si accetta una cosa. Intanto, a casa, la moglie legge appassionatamente dei libri di cavalleria, che considera come l’unico universo reale. Esistono solo storie di giganti e di draghi, di spiriti protettori e di stregoni, di fate e di destrieri alati: palazzi di cristallo, isole natanti, laghi in fiamme.
Il libro di Frank si concentra: via via che racconta i fallimenti sempre più gravi di Cervantes, acquista spessore e grandezza. Appena pare che gli si schiuda un avvenire più luminoso, una ferrea porta si richiude: è un povero mutilato, uno zero in una folla, e sembra che il suo destino sia quello di morire in catene. Fugge da Algeri, dove è schiavo: torna in Spagna; ma la sua vita non è meno desolata. Conosce Lope de Vega: mentre la sua penna è sterile, il grande rivale riesce a portare a fine, da un tramonto all’altro, un dramma di tremila versi, veloce come il copista che lo trascrive. Quando Cervantes si sposa, insorge contro di lui un nemico più tremendo dei guerrieri turchi: un nemico senza voce e senza forma, contro il quale non esiste arma di difesa. Lo trova tra le braccia di Catalina, la moglie: la noia onnipresente. Una volta vestito, al mattino, ha già compiuto il lavoro della giornata. Come un vero hidalgo, siede alla finestra: guarda la strada del villaggio, sulla quale non si mostra quasi mai un viandante; dopo duecento passi, si arriva alla fine del borgo, dove comincia un paese sconfinato, piatto, o appena lievemente ondulato, dove soffia gelida la bufera: la Mancia. Lo sguardo di Cervantes si posa su otto o dieci mulini che spiccano all’orizzonte, grandi mulini a vento, le cui ali gemono e stridono. Egli è stanco e rassegnato. Sa tutto: sa che, dalla capanna di fronte a sinistra, alle dieci di mattina sarebbe uscita una vecchia per andare a comprare, cinque case più avanti, una pagnotta d’orzo, mentre la capanna di destra sarebbe rimasta chiusa fino a sera. Le donne di casa vanno in chiesa due volte al giorno: presto egli rinuncia ad accompagnarle. I discorsi con lo zio prete si esauriscono subito, e sempre più brevi diventano le sue visite alla parrocchia.
Alle cinque, quando è già notte, Cervantes accende un lumino ad olio. Va all’osteria, dove trova il mediocre vinello del paese. Siede accanto ai contadini, che indossano un camice scuro, una fune per cintura, e rozze scarpe di pelle non conciata. Dapprima la sua presenza suscita un certo imbarazzo: non era mai successo che un hidalgo sedesse tra i contadini. Alcuni di essi provano diffidenza: altri rimangono in attesa, con cortesia riservata e severa; infine Cervantes viene accettato come si accetta una cosa. Intanto, a casa, la moglie legge appassionatamente dei libri di cavalleria, che considera come l’unico universo reale. Esistono solo storie di giganti e di draghi, di spiriti protettori e di stregoni, di fate e di destrieri alati: palazzi di cristallo, isole natanti, laghi in fiamme.
http://www.corriere.it/cultura/16_marzo_03/citati-cervantes-libro-bruno-frank-f7d2a11c-e168-11e5-86bb-b40835b4a5ca.shtml

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