Livergnanotèca Libri

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venerdì 11 marzo 2016

Terza storia. La poesia di Giovannino Guareschi profonda e struggente. Una storia che vorrei aver scritto io.

Terza storia. La poesia di Giovannino Guareschi profonda e struggente. Una storia che vorrei aver scritto io.

May 20, 2015 at 5:10pm

Terza storia
Ragazze? No, niente ragazze. Se si tratta di fare un po’ di baracca all'osteria, una cantata, sempre pronto. Niente altro, però: io ho già la mia ragazza che mi aspetta tutte le sere vicino al terzo palo del telegrafo lungola strada del Fabbricone.  Io avevo quattordici anni e tornavo a casa in bicicletta per la strada del Fabbricone. Un albero di prugne lasciava uscire un ramo da un muretto e, una volta, mi fermai.  Una ragazza uscì dai campi con un cesto in mano e io la chiamai. Doveva avere un diciannove anni perché era molto più alta di me e ben formata.
«Tu, fammi la scaletta» le dissi.
La ragazza depose il cesto e io mi issai sulle sue spalle. Il ramo era stracarico e io mi riempii la camicia di prugne gialle.
«Allarga il grembiule che facciamo a mezzo» dissi alla ragazza.
La ragazza rispose che non occorreva.
«Non ti piacciono le prugne?» domandai.  «Sì, ma io le posso staccare quando voglio» spiegò. «La pianta è mia: io abito lì.» Io allora avevo quattordici anni e portavo i calzoni a mezza gamba: ma facevo il manovale di muratore e non avevo paura di nessuno. Lei era molto più alta di me e formata come una donna.
«Tu prendi in giro la gente» esclamai guardandola male «ma io sono anche capace di romperti la faccia, brutta spilungona.
»
Non fiatò neanche.
La incontrai due sere dopo, sempre sulla stradetta. «Ciao, spilungona!» le gridai. Poi le feci un versaccio con la bocca.Adesso non sarei più capace, ma allora li facevo meglio del capomastro, che aveva imparato a Napoli.  La incontrai delle altre volte, ma non le dissi più niente, una sera finalmente perdetti la pazienza, saltai giù dalla bicicletta e le sbarrai il passo.
«Si potrebbe sapere che cos’hai da guardarmi così?» le domandai buttandomi la visiera del berretto tutta da una parte.  La ragazza spalancò due occhi chiari come l’acqua, due occhi come non ne avevo visti mai.
«Io non ti guardo» rispose timidamente.
Rimontai sulla bicicletta.
«Sta’ in gamba,spilungona!» le gridai. «Io non scherzo.» Una settimana dopo la vidi di lontano che stava camminando davanti a me a fianco di un giovanotto e mi venne una gran rabbia. Mi alzai in piedi sui pedali e cominciai a spingere come un dannato: a due metri dal giovanotto sterzai, e nel passargli vicino gli diedi una spallata che lo appiccicò lungo disteso per terra come una buccia di fico.  Sentii che mi gridava dietro del figlio di donnaccia, e io allora smontai e appoggiai la bicicletta a un palo telegrafico,vicino a un mucchio di ghiaia. Lo vidi che mi correva incontro come un maledetto: era un giovanotto di vent’anni e con un pugno mi avrebbe spaccato. Ma io facevo il manovale di muratore e non avevo paura di nessuno. Quando fu ora gli sparai una sassata che lo prese dritto in faccia.  Mio padre era un meccanico straordinario e quando aveva una chiave inglese in mano faceva scappare un paese intero: però anche mio padre, se vedeva che io riuscivo a raccattare un sasso, faceva dietro-front e per picchiarmi aspettava che io dormissi. Ed era mio padre!Figurati quel baggiano là!  Gli riempii la faccia di sangue, poi quando ne ebbi voglia saltai sulla bicicletta e filai via.
Per un paio di sere girai alla larga, poi, alla terza, ritornai per la strada del Fabbricone,e appena vidi la ragazza la raggiunsi e smontai all’americana, saltando giù dal sellino per di dietro.
I ragazzi del giorno d’oggi fanno ridere quando vanno in bicicletta:parafanghi, campanelli,freni, fanali elettrici, cambi di velocità e poi? Io avevo una Frera con sopra le croste di ruggine, ma per scendere i sedici gradini della piazza mica smontavo: pigliavo il manubrio alla Gerbi e volavo giù come un fulmine.
Smontai e mi trovai davanti alla ragazza: avevo la sporta attaccata al manubrio e cavai fuori una martellina.  «Se ti trovo ancora con un altro,ti spacco la testa a te e a lui» dissi.
La ragazza mi guardò con quei suoi maledetti occhi chiari come l’acqua.
«Perché dici così?» mi domandò sottovoce.
Non lo sapevo, ma cosa importa?
«Perché sì»risposi. «Tu devi andare a spasso da sola o se no con me.»«Io ho diciannove anni e tu quattordici al massimo» disse la ragazza. «Se tu ne avessi almeno diciotto sarebbe un’altra cosa. Adesso io sono una donna e tu sei un ragazzo.»«E tu aspetta fino a quando avrò diciotto anni» gridai.  «Ebada a non farti vedere con qualcuno o sei fritta.» Allora io facevo il manovale di muratore e non avevo paura di niente:quando sentivo parlare d idonne, pigliavo su e andavo via. Non me ne importava un fico secco delle donne:però quella là non doveva far la stupida con gli altri.  Rividi la ragazza per quasi quattro anni, tutte le sere meno la domenica. Era sempre là,appoggiata al terzo palo del telegrafo, sulla strada del Fabbricone. Se pioveva aveva il suo bravo ombrello aperto.
Non mi fermai neanche una volta.
«Ciao» le dicevo passando.
«Ciao» mi rispondeva.
Il giorno in cui compii diciotto anni smontai dalla bicicletta. «Ho diciotto anni» le dissi. «Adesso puoi venire a spasso con me. Se fai la stupida ti spacco la testa.» Lei aveva adesso ventitré anni e s’era fatta una donna completa: però aveva sempre gli stessi occhi chiari come l’acqua e parlava sempre a voce bassa, come prima. «Tu hai diciotto anni» mi rispose «ma ione ho ventitré.  I ragazzi mi prenderebbero a sassate se mi vedessero insieme con uno così giovane.» Lasciai andare la bicicletta per terra, rimediai un  sasso piatto e le dissi:
«Lo vedi quell’isolatore là, il primo sul terzo palo?».
Fece cenno di sì con la testa.
Lo centrai netto e rimase soltanto il gancio di ferro, nudo come un verme.
«I ragazzi»esclamai «prima di prenderci a sassate dovranno saperlavorare così.» «Facevo per dire» spiegò la ragazza. «Non sta bene che una donna vada in giro con un minorenne. Se tu avessi almeno fatto il soldato!…» Mi girai la visiera del berretto tutta a sinistra:
«Ragazza mia,per caso mi avresti preso per un torototella? Quando avrò fatto il soldato, io avrò ventun anno e tu ne avrai ventisei: e allora ricomincerai la storia». «No» rispose la ragazza «fra diciotto e ventitréè una cosa, e fra ventuno e ventisei è un’altra. Più si va avanti e meno gli anni di differenza contano. Un uomo che abbia ventun anno o che ne abbia ventisei è la stessa cosa.» Mi pareva un ragionamento giusto: però io non ero il tipo che si lasciasse menare per il naso.  «Allora ne riparleremo quando avrò fatto il soldato» dissi saltando in sella. «Però bada che se quando ritorno non ti trovo, vengo a spaccarti la testa anche sotto il letto di tuo padre.
»
Tutte le sere la vedevo ferma al terzo palo della luce e io non scesi mai. Le dicevo buonasera e lei mi rispondeva buona sera.
Quando mi chiamarono io le gridai:
«Domani parto per il militare».
«Arrivederci»rispose la ragazza.
Adesso non è il caso di ricordare tutta la mia vita militare:
macinai diciotto mesi di naia e al reggimento ero lo stesso di quandostavo a casa. Avrò fatto tre mesi di riga: si può dire che tutte le sere o eroconsegnato oero dentro.  Appena passati i diciotto mesi mi mandarono acasa.  Arrivai nel pomeriggio tardi e, senza neanche mettermi in borghese,saltai sulla bicicletta e andai verso la strada del Fabbricone.
Se quella trovava ancora delle storie, la facevo fuori a biciclettatenella schiena.
Cominciava a farsi scuro lentamente e io andavo come un fulmine pensandodove diavolo sarei andato a stanarla fuori. Ma non dovetti cercare un belniente, invece: la ragazza era là che mi aspettava puntualmente sotto il terzopalo del telegrafo.
Era precisa come l’avevo lasciata, e gli occhi erano gli stessi,identici.
Smontai davanti a lei.
«Ho finito» le dissi mostrandole il foglio di congedo. «C’èl’Italia seduta e vuol dire congedo illimitato. Dove c’è invece l’Italia inpiedi significa congedo provvisorio.» «È una bella cosa» rispose la ragazza. Avevo corso come undiotifulmini e avevo la gola secca.  «Si potrebbe avereun paio di quelle prugne gialle di quella volta?» domandai.
La ragazza sospirò:
«Mi dispiace tanto, ma la pianta è bruciata». «Bruciata?» mimeravigliai. «Da quando in qua le piante di prugne bruciano?» «È stato sei mesifa» rispose la ragazza. «Una notte prese fuoco il pagliaio e bruciò la casa etutte le piante dell’orto, come zolfanelli. Tutto è bruciato:dopo due orec’erano soltanto i muri. Li vedi?» Guardai là in fondo e vidi un pezzo di muronero con una finestra che si apriva sul cielo rosso.  «E tu?» domandai.
«Anch’io»rispose con un sospiro «anch’io come tutto il resto. Unmucchietto di cenere e buona notte al secchio.» Io guardai la ragazza che stavaappoggiata contro il palo del telegrafo: la guardai fisso e, attraverso la suafaccia e il suo corpo, vidi la venatura del legno del palo e l’erba delfosso.  Le misi un dito sulla fronte e toccai il palo del telegrafo.
«Ti ho fatto male?» domandai.
«Niente male.»
Rimanemmo un po’ in silenzio mentre il cielo diventava di un rossosempre più cupo.
«E allora?»dissi alla fine.
«Ti ho aspettato» sospirò la ragazza «per farti vedere che la colpa nonè mia. Adesso,posso andare?» Io allora avevo ventun anno e facevo ilpresentat’arm con un pezzo da settantacinque. Le ragazze, quando mi vedevanopassare, buttavano infuori il petto come se si trovassero alla rivista delgenerale, e mi guardavano fin che avevano una fessura d’occhio.
«Allora?»ripetè la ragazza con voce bassa. «Debbo andare?
»
«No» le risposi io. «Tu devi aspettarmi fin che ho finito quest’altroservizio. In giro non mi prendi, bella mia.» «Va bene» disse la ragazza. E miparve che sorridesse.  Ma a me queste stupidaggini non vanno tanto e rimontaisubito in bicicletta.
Adesso sono ormai dodici anni che tutte le sere ci vediamo.
Io passo e neanche smonto dalla bicicletta:
«Ciao».
«Ciao.»
Capite? Se si tratta di fare una cantata all’osteria, un po’ di baracca,sempre pronto. Niente altro, però: io ho già la mia ragazza che mi aspetta tuttele sere vicino al terzo palo del telegrafo sulla strada del Fabbricone.

Uno adesso dice: fratello, perché mi racconti queste
storie?
Perché sì, rispondo io. Perché bisogna rendersi conto
che, in quella fettaccia di terra tra il fiume e il monte, possono
succedere cose che da altre parti non succedono. Cose
che non stonano mai col paesaggio. E là tira un 'aria speciale
che va bene per i vivi e per i morti, e là hanno un'anima
anche i cani. Allora si capisce meglio don Camillo,Peppone
e tutta l'altra mercanzia. E non ci si stupisce che il Cristo
parli e che uno possa spaccare la zucca a un altro, ma
onestamente, però: cioè senza odio. E che due nemici sìtrovino,
alla fine, d'accordo nelle cose essenziali.
Perché è l'ampio, eterno respiro del fiume che pulisce
l'aria. Del fiume placido e maestoso, sull'argine del quale,
verso sera, passa rapida la Morte in bicicletta. O passi tu
sull'argine di notte, e ti fermi, e ti metti a sedere e guardi
dentro un piccolo cimitero che è lì, sotto l'argine. E se l'ombra
di un morto viene a sedersi vicino a te, tu non ti spaventi
e parli tranquillo con lei.
Ecco l'aria che si respira in quella fettaccia di terra
fuori mano: e si capisce facilmente cosa possa diventare
laggiù la faccenda della politica.
Adesso c'è il fatto che in queste storie parla spesso il
Cristo Crocifisso. Perché i personaggi principali sono tre: il
prete don Camillo, il comunista Peppone e il Cristo Crocifisso.
Ebbene, qui occorre spiegarsi: se i preti si sentono offesi
per via di don Camillo, padronissimi dì rompermi un candelotto
in testa; se i comunisti si sentono offesi per via di
Peppone, padronissimi di rompermi una stanga sulla schiena.
Ma se qualcun altro si sente offeso per via dei discorsi
del Cristo, niente da fare; perché chi parla nelle mie storie,
non è il Cristo, ma il mio Cristo:cioè la voce della mia coscienza.
Roba mia personale, affari interni miei.
Quindi:ognuno per sé e Dìo per tutti

lunedì 7 marzo 2016

Il giudice secreta il testamento di Harper Lee: sarà battaglia legale Greg Norris, della contea di Monroe, in Alabama, non ha spiegato da chi sia arrivata la richiesta di rendere nascoste le volontà dell’autrice de «Il buio oltre la siepe» di MATTEO PERSIVALE

Va infatti ricordato che dal 1965 non rilasciò più interviste (la risposta classica ai giornalisti che la interpellavano era molto sudista: «Non dico semplicemente “no”: dico “no, che diavolo”») e che decise — d’accordo con la sorella maggiore Alice morta nel 2014 a 103 anni — che non avrebbe pubblicato più nulla. Poi, come sappiamo, scomparsa la sorella, gli affari di Harper Lee finirono nella mani dell’avvocata Tonja Carter, collaboratrice di Alice. In tempi rapidissimi, ecco allora la «scoperta» del manoscritto «dimenticato» di Va’, metti una sentinella, la pubblicazione del bestseller (ci fu anche il tempo di realizzare un’edizione limitata, autografata dalla signorina Lee, peraltro quasi cieca per l’età e la malattia). Tutto abbastanza inquietante: specialmente se consideriamo anche che nel 2013, quando la sorella Alice era ancora in vita ma Harper Lee già malata, ci fu una bizzarra causa civile. La scrittrice fece causa al suo agente letterario di New York: l’uomo era riuscito — non si capì mai come — a farsi trasferire da lei i diritti d’autore su Il buio oltre la siepe. Che poi tornarono nelle mani dell’autrice, dopo che ebbe pagato all’agente una somma mai resa nota per chiudere il procedimento.
Fonte: Corriere.it

venerdì 4 marzo 2016

Miguel de Cervantes Saavedra: la noia di una vivere in un piccolo borgo di pochi abitanti e la fuga come rivolta.


Cervantes, una vita nell’ombra
Il libro di Frank si concentra: via via che racconta i fallimenti sempre più gravi di Cervantes, acquista spessore e grandezza. Appena pare che gli si schiuda un avvenire più luminoso, una ferrea porta si richiude: è un povero mutilato, uno zero in una folla, e sembra che il suo destino sia quello di morire in catene. Fugge da Algeri, dove è schiavo: torna in Spagna; ma la sua vita non è meno desolata. Conosce Lope de Vega: mentre la sua penna è sterile, il grande rivale riesce a portare a fine, da un tramonto all’altro, un dramma di tremila versi, veloce come il copista che lo trascrive. Quando Cervantes si sposa, insorge contro di lui un nemico più tremendo dei guerrieri turchi: un nemico senza voce e senza forma, contro il quale non esiste arma di difesa. Lo trova tra le braccia di Catalina, la moglie: la noia onnipresente. Una volta vestito, al mattino, ha già compiuto il lavoro della giornata. Come un vero hidalgo, siede alla finestra: guarda la strada del villaggio, sulla quale non si mostra quasi mai un viandante; dopo duecento passi, si arriva alla fine del borgo, dove comincia un paese sconfinato, piatto, o appena lievemente ondulato, dove soffia gelida la bufera: la Mancia. Lo sguardo di Cervantes si posa su otto o dieci mulini che spiccano all’orizzonte, grandi mulini a vento, le cui ali gemono e stridono. Egli è stanco e rassegnato. Sa tutto: sa che, dalla capanna di fronte a sinistra, alle dieci di mattina sarebbe uscita una vecchia per andare a comprare, cinque case più avanti, una pagnotta d’orzo, mentre la capanna di destra sarebbe rimasta chiusa fino a sera. Le donne di casa vanno in chiesa due volte al giorno: presto egli rinuncia ad accompagnarle. I discorsi con lo zio prete si esauriscono subito, e sempre più brevi diventano le sue visite alla parrocchia.
Alle cinque, quando è già notte, Cervantes accende un lumino ad olio. Va all’osteria, dove trova il mediocre vinello del paese. Siede accanto ai contadini, che indossano un camice scuro, una fune per cintura, e rozze scarpe di pelle non conciata. Dapprima la sua presenza suscita un certo imbarazzo: non era mai successo che un hidalgo sedesse tra i contadini. Alcuni di essi provano diffidenza: altri rimangono in attesa, con cortesia riservata e severa; infine Cervantes viene accettato come si accetta una cosa. Intanto, a casa, la moglie legge appassionatamente dei libri di cavalleria, che considera come l’unico universo reale. Esistono solo storie di giganti e di draghi, di spiriti protettori e di stregoni, di fate e di destrieri alati: palazzi di cristallo, isole natanti, laghi in fiamme.


http://www.corriere.it/cultura/16_marzo_03/citati-cervantes-libro-bruno-frank-f7d2a11c-e168-11e5-86bb-b40835b4a5ca.shtml